Malcesine è stata nella storia, per lungo tempo, terra di confine: dalla fine dell’impero romano e in particolare dall’epoca carolingia il nostro paese era l’ultima comunità del territorio veronese e veneto sul lago di Garda, verso il Trentino.
Erano territori con economie diverse, ad esempio il veronese ricco di cereali e il trentino di legname; il passaggio di questi prodotti mancanti o scarsi nel territorio oltre confine comportava l’aumento del prezzo, dovuto anche al pagamento di un forte dazio.
La popolazione cercava di ovviare alla difficoltà di approvvigionamento delle merci provando a trasferire le stesse, senza pagare le onerose tasse e perfino in qualche occasione con la ribellione. Si ricorda la distruzione del dazio di Tempesta da parte dei Giudicariesi nel periodo del dominio del Principe-Vescovo di Trento.
A lungo sul lago di Garda si svolse l’attività di contrabbando; il grano ad esempio passava nel sottofondo delle barche: nel castello di Malcesine c’era sul Rivelino un cannone che, con la minaccia di un colpo azzeccato, fermava le barche sospette per il controllo e l’eventuale confisca della barca e l’arresto dei trafficanti.
Dopo il 1815 il contrabbando cessò poiché tra Malcesine e Torbole non c’era più il confine di stato; ricominciò dopo il 1866 con l’unificazione del Veneto al Regno d‘Italia.
Il contrabbando non riguardava più beni di prima necessità, ma beni quasi introvabili in Italia come il caffè e la cioccolata che costavano molto meno nell’Impero Austro-Ungarico.
I contrabbandieri facevano i trasporti superando il confine, alcuni per integrare il reddito, altri come professione: partivano da Malcesine, in tre ore raggiungevano il colmo della montagna, in altre tre ore raggiungevano il paese di Avio; comperata la merce ripetevano il viaggio al contrario in tempi appena un po’ più lunghi, badando di arrivare ad attraversare il confine con il buio. Avevano in dotazione un grosso zaino e potevano trasportare fino a trenta o più chilogrammi.
Un contrabbandiere, che chiamo anche lui Tonio, stava tornando da Avio; per superare il colmo della montagna, invece di passare per Bocca Trattospino, vicino a dove adesso c’è la stazione a monte della funivia, per poi scendere attraverso i “Prai” di Malcesine, essendo ancora giorno, decise di scegliere la strada più nascosta, ma più pericolosa: il sentiero del Ventrar, molto esposto, con profondi precipizi lungo tutto il percorso.
Stava per terminare il passaggio sul sentiero quando da dietro una curva gli giunsero delle voci: i finanzieri! Senza esitare, non avendo ripari verso, l’alto saltò col pesante zaino su un terrazzino roccioso tre metri più sotto con rischio della vita; nonostante lo sbilanciamento dovuto al peso riuscì ad aggrapparsi alla roccia, a rannicchiarsi e soprattutto a non essere visto.
Passati i finanzieri ignari, tentò di risalire ma era impedito dal peso dello zaino, stracolmo di merce, che lasciò sulla sporgenza rocciosa e che poi recuperò con un amico con l’aiuto di una robusta corda.
Un altro giorno stava passando alla stessa ora, di giorno, verso Bocca Trattospino perché c’era una nebbia fittissima e pensava così di non essere visto.
Salendo al margine del sentiero a tornanti, ad un certo punto, causa la nebbia, lo smarrì ; allora decise di salire diritto sicuro di arrivare in cima, zona che conosceva come le sue tasche.
Ansimando per la fatica, sempre guardando in su, ad un certo punto vide le gambe di una persona in piedi rivolta verso di lui: un finanziere che fumava davanti alla caserma, posizionato dove adesso ci sono le panchine messe lì affinché i turisti seduti potessero ammirare il paesaggio.
Fece un rapido dietro front, scese un centinaio di metri, si spostò un poco verso destra e riprese la salita.
Dopo un po’ ancora quelle gambe: la guardia era ancora lì e ancora non si accorse della rapida giravolta del contrabbandiere il quale, ripetuta la manovra, si spostò a sinistra e riprese a salire.
Per la terza volta apparvero le gambe: nella nebbia il suolo favoriva la salita diritto verso la caserma e impediva il controllo della direzione.
Tornato in basso, finalmente decise di non ritentare ma di ripararsi in una baita della malga Trattospino fino al buio per poi riprendere il suo faticoso viaggio.
Giacomo Bertuzzi – Malcesine




