Si chiude a San Zeno di Montagna il ciclo didattico, di insegnamento, di vita condivisa tra i banchi con più generazioni di alunni. Maurizio Delibori, storico professore delle medie, è ufficialmente in pensione.
Come hai deciso di diventare insegnante? Qual’è stato il tuo percorso di studi?
Avevo fatto le vecchie “magistrali”, scuola superiore per diventare Maestro, cosa che poi non sono mai diventato. Dopo i 4 anni ho fatto subito l’università, scienze biologiche a Padova, e sono diventato biologo. Nel ’79, appena laureato ho fatto domanda come professore e mi è arrivata una chiamata alle medie di Caprino, un anno di supplenza ancora prima di partire come militare. Da lì è iniziato il mio percorso nell’insegnamento. Come biologo avrei dovuto lavorare come tecnico per le analisi in ospedale, ai tempi in Italia non si faceva ricerca e diventare tecnico di laboratorio non era certo la mia passione. Ho girato per circa 10 anni tutta la provincia, insegnando a Valeggio, Malcesine, Peri, un po’ dappertutto. Poi invece sono entrato in ruolo e sono stato prima a Pastrengo e poi dal 2000 a San Zeno di Montagna, fino alla fine.
Cosa ti piaceva del tuo lavoro?
L’insegnamento è bello perché se uno ci crede non è seguire il programma ma è un rapporto educativo, un rapporto personale con gli alunni, di fondamentale importanza. La scuola è un periodo di vita, l’insegnante deve fare in modo che gli alunni diventino autonomi e consapevoli, che tirino fuori qualcosa di proprio, le loro caratteristiche o le loro doti. Le 3 medie sono importanti per costruire una bozza di futuro, è in quel periodo che si decide cosa si vorrebbe fare in seguito. La passione è fondamentale. L’insegnamento non è una cosa amorfa, ma coinvolge; e in questi 20 anni ho fatto in modo che ci fosse un rapporto corretto con tutti gli alunni. Anche il consiglio comunale dei ragazzi è nato in quest’ottica. Ho cercato di insegnare che non bisogna mai avere paura di coinvolgersi.
Quali materie insegnavi? Hai sempre mantenuto le stesse?
Matematica e scienze, dal ’79 fino al 2021. Scienze era proprio il mio indirizzo, avendo studiato scienze biologiche era la continuazione del mio percorso universitario. Matematica invece non è che mi sia mai piaciuta tantissimo, infatti dicevo sempre ai miei alunni che in prima superiore ero stato rimandato in matematica; però pian piano si arrivano a capire i meccanismi e magari ci si appassiona, non bisogna renderla ripetitiva. Scienze invece ti da davvero una possibilità di spaziare enorme ed è continuamente aggiornata.
Come mai nel 2000 hai scelto San Zeno?
Avevo la possibilità di scegliere tra San Zeno e Caprino, e ho scelto San Zeno. Prima lì mi erano solo capitate supplenze di qualche settimana. Ha influito il fatto che la scuola di San Zeno in quel periodo adottava il tempo pieno: facevano 3 rientri settimanali, compreso il sabato. Ai tempi non c’era la mensa, i ragazzi finivano alle 12:30 e fino alle 14 avevano la pausa. Quelli di Prada, tra andata e ritorno del pulmino, avevano solo un quarto d’ora per mangiare, però erano abituati e si divertivano grazie alle possibilità di stare insieme e di fare ricerche anche all’aperto con insegnanti molto validi. Grazie alle ore in più infatti c’erano le possibilità per fare ricerca, gite ed escursioni sul territorio. Quando sono arrivato il responsabile della struttura era il prof. Vedovelli fino a circa il 2005, poi tra il 2005 e il 2007 lo è stata la prof.ssa Matassi e in seguito sono subentrato io fino ad oggi.
Quali progetti fuori programma hai portato avanti a San Zeno?
Ho girato diversi film, che visti gli spazi ristretti della vecchia scuola giravamo all’esterno, sul territorio. Da lì è nata l’idea dei film storici. Ci sono molti aneddoti, come quando a Lumini stavamo girando una scena su una danza del periodo fascista e siamo stati presi a parolacce dai locali che ci urlavano “sa ghe ensegné ai puteleti?“. Il territorio per San Zeno è sempre stato importantissimo, perché nei film ti dà sempre lo sfondo o del lago o della montagna. Inoltre abbiamo fatto il giornalino “Ciacole de malga”, ma perché? Perché le malghe c’erano e andavamo spesso a vederle. Ogni anno tra ricerche ed altri progetti abbiamo sempre fatto di tutto.
Com’è stato il passaggio dalla vecchia alla nuova scuola?
Il cambio è stato un cambio voluto e necessario. Oltre agli spazi, anche tecnologie nuove. Per esempio si è passati da 6-7 computer a 2 aule informatiche, da 2-3 ragazzi per computer ad 1 computer a testa. Un altro esempio è la LIM (Lavagna Interattiva Multimediale), che dà molte possibilità in più. Una volta dovevo portare il proiettore da casa per le diapositive, perché la scuola non lo aveva. Non c’era l’attrezzatura, ma poi è arrivata. E allora la sfrutti, un bel salto. Purtroppo l’ultimo anno e mezzo per colpa della pandemia non abbiamo mai potuto fare uscite. E visto il territorio che è uno spettacolo è stato un vero peccato non poterlo sfruttare.
Quali sono i progetti per il futuro?
Continuerò a fare ricerca come ho sempre fatto, perché è la mia passione. Infatti anche adesso sto già lavorando a una grossa pubblicazione sulle specie officinali del Monte Baldo, che uscirà l’anno prossimo. Saranno spiegazioni e anche ricette. Il Monte Baldo ha sempre qualcosa di nuovo, che sia dal punto di vista geologico, botanico o storico.




